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Casa mia non ha le ringhiere – Lorenzo Mele- (Ensemble)

Casa mia non ha le ringhiere ensemble 2020

Di Sara Comuzzo

Nel suo ultimo lavoro, Casa Mia Non Ha Le Ringhiere (Ensemble, 2020), Lorenzo Mele scende in campo, imbraccia un Kalashnikov e spara sulle nostre case fatte di vetrate fragilissime che andrebbero in pezzi anche solo con lo sguardo.

I proiettili sono i versi.

La guerra è un dolore privato a cui siamo invitati ad assistere, da cui difenderci con giubbotti antiproiettile bucati come scolapasta.

C’è poco da fare: i colpi arrivano tutti. Ci centrano in pieno.

Se leggere poesia è spesso combattere, qui si va oltre.

Qui, metaforicamente, leggere è sanguinare, perché mentre sfogliamo queste pagine ci stanno sparando, e noi stiamo perdendo sangue. Chiamate i soccorsi. Fate presto.

In una nota introduttiva dell’autore, ci viene spiegato che questa poesia va intesa come “salvezza dalla pigrizia”, “speranza”; un faro nella notte per i dispersi; un giaciglio in cui ci si possa medicare le ferite in santa pace. Una trincea dove porre accuratamente i punti di sutura sulle perdite insostituibili e lasciarsi colpire e disinfettare allo stesso momento dalle parole-proiettili.

Concordo con Fabrizio Cavallaro quando nella prefazione afferma che la poetica di Mele proviene da molto lontano. È un luogo ad anni luce da qui; una terra di traumi, estati infinite, dove alberga “il dolore/ di vivere a metà/ nel chiaroscuro dell’infanzia”. Ed è proprio nel mezzo, in-between, all’interno dei punti di sutura ormai cuciti su di noi che sostano questi versi: fra gli interstizi di pelle. I lembi staccati, nella migliore delle ipotesi, si potranno rincontrare. Rimarrà una cicatrice.

Mi trovo di nuovo in sintonia con Cavallaro quando professa le “qualità terapeutiche della poesia”, il suo essere luce al neon nel dominio “delle ombre, delle sfumature, dei grigi”. E così, diventati testimoni sul tavolo degli indiziati, anche noi lettori “siamo soli in questo branco di sedie”, in un tribunale famigliare originato da un dolore primitivo che riecheggia giorno e notte tra le mura dell’“istituto dei bimbi sperduti”, mentre “madri fanno a botte tutto il giorno con il giorno”.

Arriviamo a casa, in prognosi riservata.

Casa è “un giardino senza alba”, dove “i rami scorrono verso il mattino”, quasi a graffiare le palpebre del cielo. Casa è dove le parole si sparpagliano e calpestano confessioni e preghiere rimaste accese come ceri “dietro ai cassonetti dimenticati”. Troviamo poi i “sassi infiltrati nei sandali”, abusivi, senza permesso di soggiorno. 

La poesia di Mele è uno stare a “piedi nudi sull’asfalto rovente”, in una danza in cui ci si scotta le piante e si finisce per camminare come quei monaci che passeggiano sulle braci, invincibili quanto Superman, pur non sapendo volare. Ustionati ma sopravvissuti.

Allora scendiamo in campo anche noi, usiamo “passi fatti di nascosto” – per evitare ulteriori ustioni –  in estati che girano in eterno come una giostra rotta, infermabile. Uno spiedo interminabile.

Il giovane poeta sembra innescare una partita a nascondino con i lettori, una conta alla fine della quale non si riesce a trovare mai nessuno, se non i ricordi che bruciano come candeggina su quella stessa ferita aperta che ormai sta spurgando come un vulcano, in stagioni che non finiscono mai ma durano per sempre. Il mondo terreno gioca a scacchi con il senso dell’eterno, gli opposti si scontrano in un duello all’ultimo sangue. Le fazioni nemiche di cielo e terra, giorno e notte, riverberano magistralmente in versi come: “Ci appenderemo alle stelle/ come altalene funambole sui larici/ ci sfregheremo contro il cielo/e faremo scintille”, prima di precipitare in una stanza “in cui mostri e acrilico litigano nella notte”. Una spiegazione del braccio di ferro tra opposti ancora più cristallina mostra lucciole che si “bevono il buio prima di dar principio alla luce”.

Questa raccolta ci lancia “la fune dei giorni” e allo stesso tempo ci avvisa di tenerla stretta, di aggraparcisi con unghie e muscoli, per non cadere nel “burrone della vita”, quel “dirupo” che ci “attende in agguato nell’alba”. Queste poesie si snodano tra segreti e risvegli, poiché “là fuori è un groviglio di ombre”. La perdita della madre apre la porta all’ossimoro vivere/morire, abilmente messo a fuoco nei ripetuti contrasti di luci e ombre ed entra in dialogo con una lunga e salda tradizione poetica che sbandiera onestamente quanto siamo tutti impreparati quando la morte arriva. Un sentiero letterario travagliato ma ben segnalato che passa da Dylan Thomas e la sua impavida And Death Shall Have No Dominion e arriva a Cesare Pavese nel ritornello amaro di Verrà la Morte e Avrà i Tuoi Occhi.

Nonostante non si possa dichiarare quella di Mele una poetica ottimista, non è una raccolta che inizia e si conclude in tono strettamente pessimistico. Tra le ombre, il poeta lascia spazio per la luce attraverso le fessure: alla fine dei conti scrivere è pretendere “il perdono molesto verso il mondo”; la poesia è “sorso d’acqua”, quindi vita, “schizzo di gioia”.

Questa potrebbe essere definita una nuova forma di poesia auto-confessionale che mette in scena il privato con un’autoreferenzialità che non cade mai nel trito o nel gratuito. È un dolore, un senso di perdita a cui i lettori sono invitati a partecipare per empatia, non per compassione o condoglianze. La brevità dei testi nasconde un certo impulso di essenzialità, di descrivere le cose esattamente come stanno nei loro colori più puri, o in bianco e nero, come nelle vecchie VHS. Nei meandri della “memoria tattile”, i ricordi la figura materna giocano a dadi con i nomi da dare alle cose, lanciando una richiesta assoluta: “Tieniti pronta per quando ti verrò a cercare”.

Con il suo “gergo di fotografia” e il suo “canto di grazia perenne”, il ritratto della morte delle cose, della madre e del giorno, fortemente presente in questa raccolta, può trovare rifugio nei versi di She Is Far del tormentato e talentuoso cantautore britannico Pete Doherty: “Fotografie in sacchetti di carta/ E lei è lontana/ Si sta allontanando un po’ di più ogni giorno/ E tutti questi fiumi sotto la città fluiscono con le lacrime/ E c’è un altro giardino allagato ogni giorno”.

Tenetevi pronti per quando la poesia di Lorenzo Mele busserà alle vostre porte.

Vi sta venendo a cercare. E sa esattamente dove trovarvi.

Ve lo ripeto: i giubbotti antiproiettile non funzioneranno.

Di fronte a questa poesia tutte le case dei lettori non solo non hanno le ringhiere, ma sono anche fatte d’argilla.

Crolleranno.

Ma in fondo, questo libro ci insegna che precipitare è guardarsi dentro.

E allora, avanti, scavate.

Pala e piccone sono compresi nel prezzo.

Scaviamo.

Nota critica a cura di Sara Comuzzo

***

Casa

Casa mia non ha le ringhiere:
è un giardino senza alba,
un ramo che scorre verso il mattino.

*

Le madri non vanno a dormire

Le madri non chiudono gli occhi,
se ne stanno sveglie tutta la notte
con la notte, poi al mattino il chiudersi
dei palmi, a pugni chiusi contro la vita.
Le madri non vanno a dormire,
fanno a botte tutto il giorno con il giorno,
poi di colpo uno strascico a terra,
un dirupo le attende in agguato nell’alba.
Le madri hanno la forza dirompente
delle balene: un canto di grazia perenne,
il perdono molesto verso il mondo.
No, le madri non chiudono gli occhi,
loro a pugni stretti sempre,
a doverci insegnare la vita.

*

Estate

I sassi infiltrati nei sandali dei giorni estivi,
la palla al centro, i tuoi capelli lunghi.
I piedi nudi sull’asfalto rovente, il cercarsi
dietro ai cassonetti dimenticati per strada.
Le giornate intere ad annoiarci nel cortile,
i passi fatti di nascosto, i VHS condivisi…
e poi l’estate – che non finiva mai.

*

Lucciole

Chiamami nella notte quando
sfuggirai al sonno di Morfeo;
ci appenderemo alle stelle
come altalene funambole sui larici,
ci sfregheremo contro il cielo
e faremo scintille. Incontreremo
la fatica dell’averci, ma ci terremo
legati solo per mano.

Anche le lucciole bevono il buio
prima di dar principio alla luce;
così i miei occhi nei tuoi
– a divorarsi nel letto –
proprio un attimo prima
di guardarsi dentro
per poi precipitare.



(RECENSIONE DI SARA COMUZZO)



  • LORENZO MELE
  • CASA MIA NON HA LE RINGHIERE
  • ENSEMBLE EDIZIONI
  • 2020, ROMA, PAG. 42 ISBN: 978-88-6881-672-8

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