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Francesco Nikzad

Tratto da “non scomodiamo Baudelaire” ed. Tutto il nostro sangue

C’è qualcosa che manca
proprio qui,
e non è un braccio
o una gamba,
non salta subito all’occhio
e ha un colore che, mio malgrado, ignoro.
È fuori di me e in me
e nulla resta,
se non quello che ci è rimasto.
Ci abbandona ogni giorno
e quel giorno non torna più,
proprio come il tempo trascorso.
È in quello che mi dici,
e in quello che ti dicono,
è qualcosa che se la metti sulla bilancia
non ha peso,
se ti avvicini per sentirne l’odore
scompare,
è un ricordo che ti ricorda,
una cosa per bambini.
Tacita annega
nel silenzio di questo lampione,
in questo o quel viale,
la vedo cadere dagli alberi
e riempirne l’asfalto
a distese,
tappeti di dimenticanze ingiallite.
Lampeggia fioca
dietro le finestre,
nella traversa buia che ho evitato,
in questo argento lucido
mentre attendo l’ascensore;
può capitarmi di vederla
anche nel riflesso della mia lampada,
nell’umido colare del mio bicchiere
colmo a stento.
È possibile che me la stia inventando,
chi può dirlo,

che le mie sensazioni siano irrevocabilmente
sbagliate, ma sono
l’unica viva cosa che mi resta.
Scrivo per inventare un lieto fine
a questa incostanza,
perché solo chi vive una passione forte
contraccambiata,
può parlare pulito.
Esiste un modo
per rendere trionfo, la complessità della vita?




Daryoush Francesco Nikzad è nato a Teheran nel 1983. Vive in Italia dall’età di due anni, ma non ha ancora trovato la sua casa. Ha studiato Scienze Politiche e Comunicazione; attualmente scrive per il teatro, cinema, narrativa e pubblicità. Lavora anche come attore, bartender, cameriere, poeta, bagnino, benzinaio e alzatore di gonne. Intervistato recentemente da se stesso, dichiara: mi brucia lo stomaco.

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