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Galway Kinnell – Due Poesie – Traduzione di Alessandro Brusa

La poesia di Galway Kinnell è una poesia degli opposti. Un versificare che muove tra luce ed ombra, tra acqua e fuoco, tra meditazione e azione. Come Walt Whitman prima di lui, Kinnell si fa tutt’uno con gli uomini e la natura che lo circondano e dentro i quali si immerge senza mai reticenza alcuna: gli opposti sono la manifestazione delle moltitudini dell’antico maestro. Era socialmente impegnato identificandosi con i gruppi più in difficoltà. E allo stesso tempo era consapevole del mondo non-umano, difendendo i diritti della terra in un mondo sempre più tecnologico. Ma ciò che a mio avviso rende unico il suo percorso poetico era la sua “ossessione” per la caducità delle cose e delle persone, sul bisogno di vivere nei nostri corpi facendo affidamento per ognuno di noi sul proprio percorso individuale al fine di trascendere se stessi.

In “Poetica del Mondo Fisico” Kinnell dice che il centro della sua poesia sono “[…] le cose che muoiono.”. E proprio questo tema è chiaramente affrontato nei due testi che qui di seguito vi proponiamo.

(Alessandro Brusa)

Un’altra notte tra le rovine

1.

Alla sera

la foschia rabbuia sulle colline,

il livido colore dell’eterno,

un ultimo uccello in volo,

flap flap’ godendo

solo dell’istante.

2.

Nove anni fa,

su un aereo che aveva ballato tutta la notte

sorvolando l’Atlantico

riuscivo a vedere, illuminato

da fulmini che gli esplodevano dentro,

un grosso nembo che assomigliava al volto

di mio fratello, lo sguardo verso sotto

su lividi

attimi di Atlantico illuminati dai lampi.

3.

Era solito dirmi:

“Che valore ha il giorno?

Su qualche cima disperata

il falò

che accenderai può illuminare il cielo infinito –

anche se poi ti accorgi che, per farlo bruciare,

ti ci devi buttare dentro…”

4.

Vento si infila sordo

nel profilo di queste rovine, una specie di fischio

di neve

che si accumula là fuori nell’oscurità:

capovolti burroni

nei quali la notte spazza via

le nostre finte ali, le nostre piume di cartapesta.

5.

Ascolto.

Non sento nulla. Solo

carne da macello, la carne da macello

di tanta falsità, muggirmi

giù per le ossa.

6.

È un gallo

quello? a

beccare tra la neve

in cerca di semi. Li

trova. Li

riduce

in fiamme. Un colpo d’ali. Esulta.

Fiamme gli si accendono dalla cresta.

7.

Quante notti ci metterà

uno come me a imparare

che non siamo, dopo tutto, nati

da quell’uccello che sorge dalle proprie ceneri,

che per noi

distrutti dal fuoco, il lavoro

è

quello di aprirci, di essere

le fiamme.

Another Night In The Ruins

1.

In the evening

haze darkening on the hills,

purple of the eternal,

a last bird crosses over,

flop flop,’ adoring

only the instant.

2.

Nine years ago,

in a plane that rumbled all night

above the Atlantic,

I could see, lit up

by lightning bolts jumping out of it,

a thunderhead formed like the face

of my brother, looking down

on blue,

lightning-flashed moments of the Atlantic.

3.

He used to tell me,

“What good is the day?

On some hill of despair

the bonfire

you kindle can light the great sky—

though it’s true, of course, to make it burn

you have to throw yourself in …”

4.

Wind tears itself hollow

in the eaves of these ruins, ghost-flute

of snowdrifts

that build out there in the dark:

upside-down ravines

into which night sweeps

our cast wings, our ink-spattered feathers.

5.

I listen.

I hear nothing. Only

the cow, the cow of such

hollowness, mooing

down the bones.

6.

Is that a

rooster? He

thrashes in the snow

for a grain. Finds

it. Rips

it into

flames. Flaps. Crows.

Flames

bursting out of his brow.

7.

How many nights must it take

one such as me to learn

that we aren’t, after all, made

from that bird that flies out of its ashes,

that for us

as we go up in flames, our one work

is

to open ourselves, to be

the flames?

The Burn

On the dirt road winding

beside the Kilchis River

down to the see, saplings

on all the hills, I go

deep instep the first forest

of Douglas firs shimmering

out of prehistory, a strange

shine up where the tops

shut out the sky, whose roots

feed in the waters of the rainbow trout.

And here, at my feet, in the grain

of a burnt log opened by a river fall,

the swirl of the creation.

At the San Francisco airport,

Charlotte, where yesterday

my arms died around you like

old snakeskins, needle tracks

on your arms marked

how the veins wander.

I see you walking like a somnambulist

through a poppy field, blind

as myself on the dirt road, tiny

flowers brightening about you,

the skills of fire, of fanning

the blossoms until they flare and die,

perfected; only the power to nurture

and prolong, only this love,

impossible. The mouth of the river.

On these beaches

the sea throws itself down, in flames.

Bruciare

Sul sentiero che si snoda

accanto al Kilchis River

giù fino al mare, giovani arbusti

sulle colline tutt’intorno,

mi inoltro nel primo dei boschi

di pini dell’Oregon che brillano

dalla preistoria, una strana

luce lassù dove le cime

lasciano fuori il cielo, e le radici

bagnano le acque della trota iridea.

E qui, ai miei piedi, tra i resti

di un tronco bruciato aperto in una cascatella,

il tumulto della creazione.

All’aeroporto di San Francisco,

Charlotte, dove ieri

le mie braccia ti sono morte intorno

come vecchia pelle di serpente, segni di aghi

sulle tue braccia segnavano

lo scorrere delle vene.

Ti vedo camminare come una sonnambula

attraverso un campo di soffioni, come me

cieco su questo sterrato, piccoli

fiori che ti fanno lucente,

la capacità del fuoco di riaccendere

i boccioli fino a che si aprono e muoiono,

resi così perfetti; il potere solo di crescere

e far vivere, solo questo amore,

impossibile. La bocca del fiume.

E su queste sabbie

il mare si abbatte, in fiamme.

Galway Kinnell è stato un poeta e traduttore americano attivo nella seconda metà del XX secolo: una delle voci più forti ed inquietanti della poesia americana contemporanea. Con l’opera Selected Poems ricevette nel 1983 il Premio Pulitzer per la poesia.

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