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Paola Silvia Dolci

Inedito di Paola Silvia Dolci

CASSE STATUINE DI FARFALLE


Il dottore mi fa aspettare ogni volta che vado in seduta: prende appuntamento con me, ma sta visitando un’altra paziente.

Attendo il mio turno in una sala d’attesa che è una camera da letto, dove non si accende la luce.

Quando entro nello studio, la chaise longue è sporca di cenere, prodotta dall’autocombustione fenice della donna precedente.

i.

“Non bastiamo mai ai nostri desideri.
E il desiderio non ci basta. Rimane
la stanchezza, la rinuncia,
– un’abulia quasi felice”, dice Elena[i].

Poi, da sogno a sogno, raccogliere
quella foto in cui sorridiamo, la mano
da darti subito, baciata subito;
mi difendo con la paura,
tu cosa vuoi, quello che voglio io
non è nulla che si possa chiedere.

ii.

no dighe gnént del cine –
vorìe parlar del cine –
al me strassìna ‘1 cine –
me fa spavento ‘1 cine – [ii]

all’inizio del film lui entra a gamba tesa
mentre lei disfa la ragazza
poi, inaspettatamente
fare l’amore con te è come sgusciare
nell’uovo di un rettile

iii.

Le sensazioni secondarie. 1. Rohmer che gira sul pc per un pomeriggio. Non abbiamo altre fotografie.

2. Lilith in gemelli, di fiore in fiore. Toccami il collo. Tienimi.

3. How a beloved becomes a stranger and a stranger becomes a beloved.

4. I was bored and kinda sad. Venivano a trovarmi gli uomini che volevano innamorarsi. Allora li prendevo e li trascinavo sul fondo del mare.


[i] Bugia, lo dice Persefone, non Elena, nella Quarta dimensione di G. Ritsos

[ii] A. Zanzotto

Paola Silvia Dolci è ingegnere civile. Diplomata presso il Centro Nazionale di Drammaturgia, dirige la rivista indipendente di poesia e cultura Niederngasse e collabora con periodici letterari. Ha pubblicato Bagarre (Lietocolle 2007), NuàdeCocò (Manni 2011), Amiral Bragueton (Italic Pequod 2013). Ha tradotto, tra gli altri, Maxine Kumin e Galway Kinnell.

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